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martedì 8 ottobre 2013

Biodiversità: individuate in Basilicata 20 Zone Speciali di Conservazione ZSC

La Regione Basilicata, d’intesa con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha individuato 20 Zone speciali di conservazione (ZSC) sul territorio lucano. La Basilicata è la prima regione italiana dell’area biogeografica mediterranea a dare piena attuazione alla Direttiva Habitat, attraverso la quale la Comunità europea mira a creare una rete ecologica tra i Paesi europei, per la salvaguardia del patrimonio naturalistico e della biodiversità, denominata Rete Natura 2000. Una ZSC è quindi un sito di importanza comunitaria per il quale sono state individuate idonee misure di tutela e di conservazione, necessarie al mantenimento o al ripristino degli habitat naturali e delle specie, per cui il sito è stato designato dalla Commissione Europea. Dei 50 siti di interesse comunitari (SIC) presenti sul territorio lucano, 20 sono stati muniti di Misure di tutela e conservazione (Mtc), diventando quindi Zone speciali di conservazione, approvate e riconosciute dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Queste sono le 20 Zsc lucane che entreranno a far parte della rete europea della biodiversità: Abetina di Laurenzana; Abetina di Ruoti; Bosco Cupolicchio; Bosco di Rifreddo; Bosco Mangarrone (Rivello); Dolomiti di Pietrapertosa; Faggeta di Moliterno; Faggeta di Monte Pierfaone; Grotticelle di Monticchio; Lago La Rotonda; Lago Pantano di Pignola; Monte Paratiello; Monte Vulture; Monte Li Foi; Murge di S. Oronzio; Valle del Noce; Bosco di Montepiano; Foresta Gallipoli – Cognato; Gravine di Matera; Lago S. Giuliano e Timmari. Già da alcuni anni la Regione Basilicata ha intrapreso una serie di azioni strategiche rivolte alla conoscenza del patrimonio naturalistico lucano e alla attuazione di efficaci strategie di conservazione della sua biodiversità. L’aggiornamento dei dati relativi ai Siti della Rete Natura 2000, ha costituito la base per la redazione degli strumenti gestionali idonei: Misure di Tutela e Conservazione (Mtc) e Piani di Gestione (Pdg) finalizzati alla tutela di un patrimonio riconosciuto a livello internazionale e ad una crescita consapevole e responsabile dei territori interessati. La Regione Basilicata, a differenza delle altre Regioni italiana appartenenti all’area biogeografica mediterranea, è riuscita ad indicare le Zsc entro i limiti fissati, evitando così all’Italia di incorrere in procedure di infrazione. Attualmente è in corso di adozione e condivisione con i territori, la definizione dei Piani di gestione che trasformeranno altri 27 Sic lucani in Zone speciali di conservazione di importanza europea.

(Il decreto ministeriale di designazione è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 16 settembre 2013  n.226) 

venerdì 31 agosto 2012

Estate di fuoco, istruzioni per l'uso.

Incendio a Miglionico del 9 agosto 2012

L’Italia avvampa nelle fiamme, ma dovrebbe bruciare soprattutto di vergogna…” La protesta dei naturalisti è chiara e decisa, e arriva dal Centro Parchi di Roma e dalle molte Associazioni che vi aderiscono, in prima linea Maremma Viva e i Lupi dell’Appennino. Perché? Ma perché, malgrado i disastri del passato, non abbiamo imparato la lezione, e continuiamo a trascurare gli interventi fondamentali, poco costosi e molto efficaci. Quali? Educazione, prevenzione e risanamento.
A parlare è Franco Tassi, Coordinatore del Comitato Parchi ed Ecologo di fama internazionale. Cosa si sarebbe dovuto fare?
“Sono anni che lo stiamo predicando, ma purtroppo sembra voce nel deserto. Non ripeteremo ancora una volta il famoso “Decalogo contro il Fuoco”, che stiamo diffondendo da anni (si veda Allegato). Preferiamo invece soffermarci per un attimo sui sette punti essenziali, semplici e poco dispendiosi, ma proprio per questo meno graditi a certi politici” . Eccoli in breve:

1.- Educazione: la cultura antincendio dovrebbe partire anzitutto dalle scuole, anche con visite, discussioni ed esercitazioni in natura. Avevamo proposto un Museo, o Centro del Fuoco, e una serie di Itinerari nei luoghi percorsi dagli incendi: ma come sempre si sono preferite cementificazioni e cattedrali nel deserto.
2.- Segnaletica: al principio del caldo, il pericolo va segnalato nel modo più visibile, e fatto oggetto di spot promozionali ripetuti. Meno tabelloni pubblicitari antiestetici e pubblicità radiotelevisiva invadente, e più attenzione alla natura e all’ambiente.
3.- Controllo sociale: è l’arma vincente contro l’idiozia dilagante, che va rappresentata dal un elegante fumatore griffato che, dalla sua lussuosa auto, getta nella siepe il mozzicone di sigaretta. Chi lo vede dovrebbe segnalarlo alla Protezione Civile, che non potrà sanzionarlo, ma dovrà inviargli un cortese ammonimento accompagnato dal pieghevole su rischi e conseguenze. Non si tratta di delazione, ma di civile autodifesa. O sarebbe meglio far finta di non vedere?
4.- Volontariato: squadre di giovani volontari italiani e stranieri che perlustrano il territorio nei periodi critici rappresentano il miglior investimento per tutti, offrendo anche periodi di attività, socialità e cultura a tanti disoccupati, per una missione alta: perché, come afferma Don Ciotti, “così ci si sporcano le mani, ma si pulisce la mente”.
5.- Ricerca scientifica: da anni ricordiamo che esistono insetti capaci di percepire il calore del fuoco e le radiazioni del legno che brucia a chilometri di distanza, grazie a speciali “sensori”. Da loro la scienza biomimetica potrebbe ricavare tecnologie robotiche di enorme valore, all’estero ci stanno provando. Perché non da noi? Alle nostre proposte, risalenti a decenni fa, si è risposto nel modo più elegante: con barbari tagli alla ricerca, e poi con la soppressione del Centro Studi Ecologici Appenninici.
6.- Catasto: alla favola che spento il fuoco per quindici anni non si potrà costruire, in un Paese come l’Italia, non crede ormai più nessuno: circola invece la barzelletta del catasto che non si vede perché non c’è. Meglio allora creare un Libro nero dei terreni bruciati e restituiti per sempre a madre terra, consultabile e scaricabile da chiunque e in ogni momento. Sommando le superfici massacrate dalla criminalità e poi recuperate, si otterrebbero immense aree protette a beneficio della collettività.
7.- Rigenerazione: la chiave di soluzione finale del problema sta proprio in questo: recintare e/o tabellare subito i terreni bruciati e lasciarli alla spontanea rinnovazione, senza nessun intervento. In pochi anni la natura stessa farà il resto, e questo diventerà un campo di studio ideale sulle capacità di rigenerazione dell’ecosistema danneggiato, con semi portati dal vento o dagli animali selvatici. Anni or sono eravamo riusciti a ottenere qualcosa del genere al Monte Salviano nella Marsica e in parte anche nella Pineta di Castelfusano. E oggi i risultati ottenuti sono evidenti.
Cosa fa invece la nostra società civile, come reagiscono le nostre istituzioni? Piangono, si disperano, minacciano tuoni e fulmini… Seguirà qualche intervista o passerella, ma poi ben poco cambierà. Il linguaggio resterà lo stesso: si parlerà di piromani anziché di criminali ecologici, o eco-criminali, come sarebbe giusto. Si invocheranno altre flotte di Canadair (che sono utilissimi, non c’è dubbio, al pari degli elicotteri; come eroici sono i loro piloti, e tutti coloro che intervengono contro il fuoco, a volte restandone vittime: ma rappresentano soltanto l’estremo rimedio). L’alluvione di parole inutili e la scarsità di fatti concreti dopo ogni catastrofe costituiscono invece la costante della nostra storia recente, e sembra di risentire le concioni che in Abruzzo seguivano a ogni massacro degli ultimi orsi marsicani.
Perché in fondo quella che deve cambiare davvero è la cultura di fondo: svegliarsi dal sonno della ragione e dalla droga dell’egoismo, uscire dall’analfabetismo ecologico, e aprire gli occhi e il cuore alla natura. Senza la quale non potremmo vivere, né respirare.
Roma – Maremma Toscana, 21 agosto 2012


Fonte: Comitato Parchi Itallia

mercoledì 14 settembre 2011

La Basilicata dei boschi, tra interessi e tagli

di Enzo Palazzo

È un naturalista storico, giornalista, autore di 20 libri e 200 pubblicazioni scientifiche. Nel 1971 lanciò il “Progetto Pollino” nell’ambito della prima proposta organica del futuro parco nazionale calabro lucano. A Franco Tassi, che ha diretto per molti anni il Parco Nazionale d’Abruzzo, trasformandolo in un modello d’avanguardia a livello europeo, in un momento in cui lo sfruttamento dei boschi in Basilicata è tornato ad essere una minaccia, la Gazzetta ha chiesto se si può ammettere un ragionevole sfruttamento boschivo anche in un grande Parco nazionale?
«Per armonizzare i molti interessi in gioco, la strada maestra è quella della “zonazione”: nei boschi più vicini si possono consentire ragionevoli prelievi controllati, anche perchè esistono diritti e tradizioni importanti, come l’uso civico di legnatico e fungatico e le feste dell’albero, da interpretare, però, in un modo più attento e compatibile con la tutela ecologica. Ma nelle foreste più lontane, a quote elevate, sulle creste, nelle vallecole e nelle cosiddette “fasce di protezione” non va toccato nulla: qui vige il principio della riserva integrale e deve comandare la natura. Ricordiamo che, come nel Parco d’Abruzzo, anche in quello del Pollino (soprattutto nella parte della Catena Costiera) esistono ancora lembi sparsi e limitati, ma straordinariamente interessanti, di “selva vergine” o semi-naturale. Intervenirvi con piste, ruspe e tagli sarebbe sacrilego».
Come si preservano i boschi naturali e semi-naturali?
«Lasciando che un albero caduto e marcescente si decomponga e di lì rinasca la vita. Salvare le ultime foreste italiane costituisce una priorità assoluta per conservare il clima e le stagioni, difendere il suolo da frane e alluvioni, garantire la produzione di acque eccellenti e cristalline, offrire rifugio alla fauna selvatica. Mezzo secolo fa l’obiettivo dichiarato era il massimo sfruttamento dei boschi, misurato in metri cubi di legname tagliato. L’importanza di preservare anche il legno morto e in disfacimento – la “necromassa” –, dal quale risorge la vita e si sprigionano mille processi di rigenerazione naturale, oggi viene riconosciuta anche a livello internazionale».
Visti i conti sempre più in rosso dei Comuni, non c’è da aspettarsi la spinta allo scempio?
«Un moderato sfruttamento a beneficio di usi e tradizioni locali strettamente vigilati dalle comunità, è senz’altro accettabile. Ma ciò non significa affatto autorizzare grossi tagli industriali, magari per alimentare disastrose centrali a biomasse, come purtroppo si vorrebbe sulla Sila e sul Pollino. Questo significherebbe tornare indietro di mezzo secolo, quando querce e faggi plurisecolari venivano ceduti a due soldi per farne legna da ardere e traversine da ferrovia. A nessun sindaco, in buona o cattiva fede, dovranno essere consentiti errori tanto devastanti, perché non ha senso replicare nel parco i peggiori sistemi praticati fuori dall’area protetta. E’ proprio qui che il parco, usufruendo di tutta l’autorità di cui dispone, deve esercitare il suo controllo, chiamando in causa anche i valori paesaggistici e le tutele internazionali».
Il Parco nazionale della Val d’Agri e del Lagonegrese protegge il territorio a macchia di leopardo. Ha un senso?
«Una struttura articolata in zone è utile, ma solo se i vari usi del suolo, pur differenti tra loro, sono compatibili e armonizzati dal Parco. Debbono in sostanza tendere al fine comune, che è quello di un’area protetta, con tutti i benefici che ne derivano. Se invece sono divergenti, o addirittura opposti, il conflitto prima o poi è inevitabile. Significa prendere in giro la collettività, promettendo la difesa del territorio e della natura, ma perseguendo invece altri scopi meno chiari, magari per interessi inconfessabili».
Ma si possono gestire i parchi commissariandoli, come avviene nella Val d’Agri?
«Dovrebbe avere carattere eccezionale, invece è una comoda pratica sempre più diffusa, che mira a consolidare certi poteri e a renderli indiscussi. Impedire abusi del genere dipende, anche e soprattutto, dalla nostra capacità di vigilanza, intervento e mobilitazione civile».
Enzo Palazzo

L’esempio del Costa Rica con il “restauro ambientale”

«In Costa Rica, uno Stato che punta al benessere e all’equilibrio tra uomo e ambiente, nella Cuenca del Rio La Balsa, al nord del Paese, la gente si è accorta che coltivando e sfruttando troppo la parte alta delle montagne, non aveva più acqua sana e pulita, e la fauna stava scomparendo. L’intera comunità si è allora mobilitata in un grande progetto di restauro ambientale, acquistando piccoli lembi di terra, ricostruendo micro-bacini idrici e piantando alberi. Ad aiutarla, sono intervenute organizzazioni come l’Istituto Nectandra e un sistema di prestiti senza interessi, con lo scopo di ricreare l’ambiente, far crescere la cultura dell’acqua e della foresta, e sviluppare un nuovo tipo di ecoturismo. Ora gli stranieri accorrono qui a scoprire non solo come tutta la comunità partecipi con entusiasmo all’operazione, ma anche come la natura stia rapidamente recuperando i propri spazi. Nel giro di pochi anni, la foresta si è riformata, la biodiversità sta riprendendo il sopravvento e le acque pulite abbondano, a beneficio di tutti. Oggi, attraverso internet, chiunque può vedere cosa stia accadendo dall’altra parte dell’Oceano. Un progetto a medio e lungo termine, un investimento nel futuro, ma anche un impegno nuovo in cui tutti si sentono protagonisti e partecipi.
“Comprare la terra dove nasce l’acqua, piantare alberi e far pace con la natura vuol dire assicurare un futuro anche ai figli dei nostri figli”, è il pensiero che pervade questa nuova cultura del cambiamento, nell’interesse di tutti. Quando anche in Italia, e in Basilicata, riscopriremo che il futuro sta non nel consumare e distruggere, ma nel conservare e ricreare l’armonia e le risorse della natura, allora la scelta tra un vero Parco del futuro e le rapaci aggressioni al territorio attuali sarà semplice, sicura e condivisa».
e.p.

Se il parco diventa un luna park

La sovranità del Parco della Val d’Agri e in generale delle aree protette della Basilicata, secondo gli ambientalisti, è minacciata dalla pressione dei petrolieri. Franco Tassi, tra l’ineluttabilità del conflitto e le strategie tattiche della politica, si dice convinto che «però, quando la gente approfondisce e si muove, le cose vanno ben diversamente, come accadde col movimento popolare contro le scorie nucleari che, nel 2003, bloccò sul nascere una delle più vergognose operazioni ai danni del Mezzogiorno d’Italia: quella che voleva ridurre l’Arco Jonico a pattumiera delle zone ricche».
Ma attualmente l’impressione è che si riscontrino maggiore arroganza delle multinazionali, più leggi inapplicate e più sudditanza della politica rispetto al 2003.
«L’arroganza di tutti i poteri incontrastati si limitano sempre se la gente è unita e decisa. Talvolta il potere tenta di circuire, blandendo le autorità con promesse, collaborazioni e sponsorizzazioni. Iniziative su cui si può anche discutere, ma solo se i vincoli del Parco vengano pienamente rispettati. Altrimenti, il rischio è trasformare i parchi in una specie di luna park, come stava accadendo in America, con la Grand Canyon Company, la società concessionaria dei servizi che stava diventando più potente e politicamente influente del parco stesso». e.p.

La scheda

Le aree protette in Italia sono circa un decimo del territorio di cui neppure un quarto riguarda foreste a vocazione naturale. In Basilicata siamo al 30 per cento del territorio protetto. Ancora un secolo fa Norman Douglas poteva scrivere: “Il bosco di Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una giungla tropicale”.
Secondo Tassi, «nessun luogo ha il fascino e la ricchezza culturale, la storia e l’arte, il folclore, il paesaggio, la biodiversità e la capacità di accoglienza dell’Italia e del Mezzogiorno. Ricordo che una sera un turista tedesco, di ritorno al litorale Jonico, dopo una lunga traversata del Pollino e una giornata trascorsa tra la terra e il cielo, esclamò: “Io non so davvero cosa ho fatto di buono nella vita, per meritare di godere meraviglie come queste!”. Ecco qual è la nostra vera ricchezza che non va contaminata, ma custodita con cura e rispetto, così come ci è stata tramandata».
[* Enzo Palazzo - La Gazzetta del Mezzogiorno del 3/9/2011]

lunedì 17 maggio 2010

A ruota libera nella Natura

Riserva Naturale di San Giuliano, 15 maggio 2010. Ogni commento è inutile...

domenica 7 febbraio 2010

LEGAMBIENTE: “DDL CALANCHI MONTALBANO SUBITO IN CONSIGLIO"



Il disegno di legge per l’istituzione della “Riserva regionale dei Calanchi di Montalbano Jonico” approvato dalla Giunta regionale è un provvedimento importante ed atteso. E’ il commento del Circolo Legambiente di Montalbano Jonico (che ha richiesto la Riserva e in questi anni ha attivamente lavorato per la sua istituzione) e dall’intera comunità montalbanese. “Ora che anche questo tassello si è aggiunto al procedimento - si legge in una nota del circolo di Legambiente - è necessario porre l’argomento all’ordine del giorno ed approvarlo nel prossimo Consiglio regionale che è l’ultimo utile, a causa del blocco legislativo nei 60 giorni che precedono le elezioni. Il Circolo Legambiente, visti i brevi tempi a disposizione per l’approvazione della legge, nello scorso mese ha provveduto ad informare tutti consiglieri regionali sull’iniziativa, regalando a ciascuno come promemoria un calendario dedicato alla istituenda riserva naturale dei Calanchi, con l’augurio che essi possano essere gli artefici della legge di tutela e valorizzazione dello straordinario sito geologico di Montalbano“.


07/02/2010 10.45.02
[Basilicatanet.it]

martedì 2 febbraio 2010

2 febbraio, Giornata Internazionale delle Zone Umide



Il 20 gennaio scorso è stato inaugurato l’Anno Internazionale della Biodiversità promosso dalla IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura. A distanza di pochi giorni si celebra un altro anniversario importante: oggi è la Giornata Internazionale delle Zone Umide, cioè quelle aree naturali quali le paludi, coste marine, fiumi, laghi che tanto simboleggiano gli equilibri della natura e la qualità degli ecosistemi. Questa data ricorda la firma della Convenzione di Ramsar del 2 febbraio 1971 quando un gruppo di Paesi partecipò alla Conferenza internazionale sulle zone umide e gli uccelli acquatici assieme a istituzioni scientifiche e altri organismi internazionali per mettere a punto una strategia a livello globale per la conservazione e la gestione delle aree umide naturali. Da allora si cominciò a parlare di ecosistemi in modo globale e si modernizzò il concetto di zona umida, passando da quello di ambiente malsano e inospitale a scrigno prezioso di Biodiversità. L’Italia aderì alla Convenzione ed oggi nel nostro paese sono presenti 50 aree umide incluse nell'elenco ufficiale delle “Zone Ramsar”, a simboleggiare la volontà di sottrarre tali ambienti così fragili e vulnerabili da ogni sfruttamento inutile che ne comprometta i delicati equilibri costruiti piano piano negli anni, soprattutto se si tratta di zone umide relativamente "recenti" come quei laghi artificiali che oggi costituiscono la maggiore superficie di area umida di alcune regioni come la Basilicata.

Le parole, i convegni e le ricorrenze si sprecano ma la difesa vera e concreta contro i tanti attacchi che giornalmente subiscono tutte le zone umide in Italia e nel mondo è lontana dall'essere realtà. Anche in Basilicata occorre dare una svolta e fare un salto di qualità che si veda e si percepisca, non passi indietro. Si può fare anche turismo, e solo di un certo tipo, nei dintorni delle aree umide ma a patto di rispettare l'integrità e la finalità dei luoghi lasciando innanzitutto spazio vitale per la sosta, la riproduzione e la migrazione di tantissime specie di avifauna, anche rarissime, che ogni giorno vivono, per le loro esigenze biologiche, a stretto contatto con le zone umide. E' questo è proprio ciò che le varie convenzioni internazionali chiedono agli stati e agli enti locali. La necessità di istituire aree protette non deriva assolutamente solo dalle esigenze di ricreazione della specie umana ma soprattutto dalla necessità di garantire la massima la conservazione degli habitat, la loro qualità e le loro componenti biologiche sotto ogni forma. L'acqua, con tutta la varietà delle forme di vita che ospita è come una grande e diffusa sentinella della qualità della nostra vita e nessuno più degli organismi che ci vivono può rassicurarci giorno per giorno sulla purezza del nostro caro e amato bicchiere d'acqua fresca.

AUGURI PER UN FUTURO MIGLIORE A TUTTE LE AREE UMIDE DELLA BASILICATA!

sabato 14 marzo 2009

SARA' PRESENTATA LUNEDI' LA RETE NATURA 2000 BASILICATA



(AGR) - L'ambiente genera valore: è questo il tema dell'incontro di presentazione della Rete natura 2000, il programma della Regione Basilicata che prevede azioni di conservazione, recupero e valorizzazione ambientale.
L'iniziativa si svolgerà lunedì a Potenza, alle ore 10 presso la Sala Inguscio della Regione. Ai lavori, che saranno conclusi dal vice presidente della Giunta regionale, Vincenzo Santochirico, prenderà parte Sandro Pignatti, ordinario di Ecologia presso l'università “La Sapienza” di Roma.
Saranno presenti anche gli esperti chiamati dalla Regione a svolgere le attività di monitoraggio e di definizione delle misure per tutelare le risorse naturali, nonché rappresentanti dell’Accademia italiana di scienze forestali, del Centro di ricerca su biodiversità ed ecologia del paesaggio dell'università “La Sapienza”, dell’Istituto per l'ambiente marino costiero del Cnr di Napoli, dell’Istituto di genetica vegetale del Cnr di Bari, del Consorzio nazionale per le scienze del mare (cui aderiscono 30 università italiane), dell’Enea, dell’Istituto nazionale della fauna selvatica, della Società botanica italiana, delle università di Bari, Pavia, Parma, della Calabria e della Basilicata, del Cnr di Tito e dell’Istituto nazionale di economia agraria.
La presentazione della Rete natura 2000 della Basilicata potrà essere seguita anche in diretta sul portale internet basilicatanet.it.

Fonte: Basilicatanet 14 marzo 2009