venerdì 29 giugno 2012
Merli morti in Basilicata
Da Alcuni giorni, per le campagne del Lagonegrese, riscontriamo Merli morti. Gli uccelli non presentano ferite di nessun tipo e non vengono toccati neanche da altri animali, (gatti ecc.).
Secondo ricerche effettuate in rete, nelle ultime settimane si stanno verificando morti in diverse zone, dall'Italia, alla Germania, in Austria e in Ungheria, una situazione simile a quanto accaduto nel 2009. Ornitologi attribuiscono la causa ad un virus tropicale, usutu, originario della zona del Nilo occidentale, che con il caldo africano viene trasportato dall'Africa da una zanzara.
Ulteriori ricerche in rete, confermano che questo virus può attaccare anche l'uomo, causando di solito un'infezione innocua ma a volte può causare febbre, manifestazioni cutanee e nei casi più gravi anche commozione celebrale.
Pubblichiamo la news e preghiamo i lettori alla diffusione del messaggio, se avete riscontrato, in campagna eventi simili, o in altri comuni, segnalatelo al nostro blog, contattandoci attraverso questo profilo Facebook - http://www.facebook.com/radiopnb - Vogliamo prendere per buono quanto trovato in rete, ma segnaliamo il messaggio anche agli organi competenti territoriali. Cosa sta succedendo?
Tutti i commenti saranno aggiornati sul blog e sul profilo Facebook della Radio.
Per comunicazionie: Emidio Tel. 339.2101898
Fonte: http://writerblog.over-blog.it/
Wednesday 27 june 2012
giovedì 28 giugno 2012
La balena dimenticata
MATERA - C’era una volta il mare a Matera. Non è l’inizio di un racconto da costruire tra storia, fantascienza, supposizioni o approfonditi studi sulla materia. Da queste parti il mare c’era, un milione e forse più di anni fa. Un mare freddo, profondo e forse meno azzurro di quello che siamo abituati a vedere ora. A dimostrarlo senza ombra di dubbio c’è il ritrovamento di quel cetaceo ai bordi quasi dell’invaso di San Giuliano, strappato dall’acqua come si vede nelle immagini riferite ai lunghi giorni del recupero del fossile. Quel che resta del cetaceo vecchio di un milione di anni fa, da almeno sei anni è conservato in queste casse all’esterno del centro di restauro della Soprintendenza nell’area del secondo paip. Alla mercè degli agenti atmosferici. Di ricostruzione del cetaceo, lungo presumibilmente una ventina di metri, non si parla. Dimenticato in quei cassoni. Una fine indegna anche perchè la storia che vi stiamo raccontando si sta consumando in una città che nel 2019 aspira a fregiarsi del titolo di capitale europea della cultura. Quale migliore occasione per dimostrarlo con quella balena ricostruita dalla testa alla coda che rappresenterebbe un brandello significativo della lunga storia di questo territorio che un milione e più di anni fa come si vede in queste immagini era attraversato da un lungo braccio di mare che metteva in comunicazione quelli che oggi sono lo Jonio e l’Adriatico. La balena dimenticata insieme ai villaggi preistorici della Murgia e al museo demoetnoantropologico nei Sassi. In quest’area a cavallo tra Basilicata e Puglia, includendo nella narrazione dal vivo le orme dei dinosauri e dell’uomo di Altamura, si potrebbe realizzare un enorme Jurassik Park. La storia del territorio vecchia di milioni di anni, spettacolo dal vivo di grande impatto e suggestione. Ma da queste parti si pensa ad altro con la cultura strapazzata ad uso e consumo dei turisti della domenica, mentre il passato resta sepolto e dimenticato con le istituzioni locali che continuano a guardare con ossessione a quel 2019 che, con questi presupposti, resta lontano anni luce.
Franco Di Pierro © 2006-2012 Trm Radiotelevisione del Mezzogiorno.
Articolo completo: http://www.trmtv.it/home/attualita/2012_06_22/35881.html
Franco Di Pierro © 2006-2012 Trm Radiotelevisione del Mezzogiorno.
Articolo completo: http://www.trmtv.it/home/attualita/2012_06_22/35881.html
MATERA - C’era una
volta il mare a Matera. Non è l’inizio di un racconto da costruire tra
storia, fantascienza, supposizioni o approfonditi studi sulla materia.
Da queste parti il mare c’era, un milione e forse più di anni fa. Un
mare freddo, profondo e forse meno azzurro di quello che siamo abituati a
vedere ora. A dimostrarlo senza ombra di dubbio c’è il ritrovamento di
quel cetaceo ai bordi quasi dell’invaso di San Giuliano, strappato
dall’acqua come si vede nelle immagini riferite ai lunghi giorni del
recupero del fossile. Quel che resta del cetaceo vecchio di un milione
di anni fa, da almeno sei anni è conservato in queste casse all’esterno
del centro di restauro della Soprintendenza nell’area del secondo paip.
Alla mercè degli agenti atmosferici. Di ricostruzione del cetaceo, lungo
presumibilmente una ventina di metri, non si parla. Dimenticato in quei
cassoni. Una fine indegna anche perchè la storia che vi stiamo
raccontando si sta consumando in una città che nel 2019 aspira a
fregiarsi del titolo di capitale europea della cultura. Quale migliore
occasione per dimostrarlo con quella balena ricostruita dalla testa alla
coda che rappresenterebbe un brandello significativo della lunga storia
di questo territorio che un milione e più di anni fa come si vede in
queste immagini era attraversato da un lungo braccio di mare che metteva
in comunicazione quelli che oggi sono lo Jonio e l’Adriatico. La balena
dimenticata insieme ai villaggi preistorici della Murgia e al museo
demoetnoantropologico nei Sassi. In quest’area a cavallo tra Basilicata e
Puglia, includendo nella narrazione dal vivo le orme dei dinosauri e
dell’uomo di Altamura, si potrebbe realizzare un enorme Jurassik Park.
La storia del territorio vecchia di milioni di anni, spettacolo dal vivo
di grande impatto e suggestione. Ma da queste parti si pensa ad altro
con la cultura strapazzata ad uso e consumo dei turisti della domenica,
mentre il passato resta sepolto e dimenticato con le istituzioni locali
che continuano a guardare con ossessione a quel 2019 che, con questi
presupposti, resta lontano anni luce.
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Articolo completo: http://www.trmtv.it/home/attualita/2012_06_22/35881.html
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MATERA - C’era una
volta il mare a Matera. Non è l’inizio di un racconto da costruire tra
storia, fantascienza, supposizioni o approfonditi studi sulla materia.
Da queste parti il mare c’era, un milione e forse più di anni fa. Un
mare freddo, profondo e forse meno azzurro di quello che siamo abituati a
vedere ora. A dimostrarlo senza ombra di dubbio c’è il ritrovamento di
quel cetaceo ai bordi quasi dell’invaso di San Giuliano, strappato
dall’acqua come si vede nelle immagini riferite ai lunghi giorni del
recupero del fossile. Quel che resta del cetaceo vecchio di un milione
di anni fa, da almeno sei anni è conservato in queste casse all’esterno
del centro di restauro della Soprintendenza nell’area del secondo paip.
Alla mercè degli agenti atmosferici. Di ricostruzione del cetaceo, lungo
presumibilmente una ventina di metri, non si parla. Dimenticato in quei
cassoni. Una fine indegna anche perchè la storia che vi stiamo
raccontando si sta consumando in una città che nel 2019 aspira a
fregiarsi del titolo di capitale europea della cultura. Quale migliore
occasione per dimostrarlo con quella balena ricostruita dalla testa alla
coda che rappresenterebbe un brandello significativo della lunga storia
di questo territorio che un milione e più di anni fa come si vede in
queste immagini era attraversato da un lungo braccio di mare che metteva
in comunicazione quelli che oggi sono lo Jonio e l’Adriatico. La balena
dimenticata insieme ai villaggi preistorici della Murgia e al museo
demoetnoantropologico nei Sassi. In quest’area a cavallo tra Basilicata e
Puglia, includendo nella narrazione dal vivo le orme dei dinosauri e
dell’uomo di Altamura, si potrebbe realizzare un enorme Jurassik Park.
La storia del territorio vecchia di milioni di anni, spettacolo dal vivo
di grande impatto e suggestione. Ma da queste parti si pensa ad altro
con la cultura strapazzata ad uso e consumo dei turisti della domenica,
mentre il passato resta sepolto e dimenticato con le istituzioni locali
che continuano a guardare con ossessione a quel 2019 che, con questi
presupposti, resta lontano anni luce.
© 2006-2012 Trm Radiotelevisione del Mezzogiorno.
Articolo completo: http://www.trmtv.it/home/attualita/2012_06_22/35881.html
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lunedì 25 giugno 2012
RASSEGNA STAMPA CRAS - Tartarughe abbandonate
sabato 23 giugno 2012
Ritrovate e consegnate al CRAS 5 tartarughe detenute in cattività
Il giorno 22 giugno il Comando Stazione Forestale di Pomarico (Mt) ha consegnato al Centro Recupero Animali Selvatici (CRAS) della Provincia di Matera 5 esemplari di rettili protetti di cui 4 testuggini terrestri (Testudo hermanni) ed una tartaruga palustre (Emys orbicularis). Gli stessi erano stati rinvenuti abbandonati da ignoti all’interno da una scatola nelle campagne di Pomarico. Da un primo esame delle condizioni fisiche effettuato al momento della consegna le testuggini terrestri sono risultate vittime di prolungata detenzione in cattività con evidenti traumi di varia entità soprattutto alle zampe anteriori dovuti a continuo sfregamento degli arti su superfici dure ed inadatte. La tartaruga palustre, Emys orbicularis, che notoriamente vive in prossimità delle zone umide, presentava invece segni di disidratazione e condizioni generali non ottimali per una erronea stabulazione ed alimentazione.
Questo episodio, che fa seguito ad altri simili, è l’ennesima testimonianza di come uno dei principali problemi delle specie di terra, sempre più rare in Italia, è il trafugamento dall’habitat naturale preferenziale, in particolare la macchia mediterranea, già sottoposta a continue forme di degrado come gli incendi, oltre alla trasformazione e alterazione degli equilibri ecologici operati dalla mano dell’Uomo.
Il problema della detenzione in cattività di tali rettili particolarmente protetti dalle normative europee ed internazionali è purtroppo molto diffuso e comporta particolari difficoltà, nei casi di ritrovamento o di consegna, nel cercare di stabilire la effettiva origine degli esemplari, necessaria per la valutazione tecnica, da parte delle autorità ministeriali deputate al controllo del commercio e detenzione della fauna selvatica (CITES), di una eventuale possibilità di reinserimento in natura. Non va trascurato il forte rischio che durante i frequenti scambi tra collezionisti/detentori e trasferimenti da un paese all’altro alcuni esemplari appartenenti a sottospecie diverse (ad esempio le nostre Testudo hermanni hermanni e le balcaniche Testudo hermanni boettgeri) possano ibridarsi tra loro compromettendo la purezza del patrimonio genetico e ogni possibilità di liberare i nuovi nati. In natura sono stati a volte rinvenuti esemplari appartenenti ad altre popolazioni o ad altre specie/sottospecie determinando un quadro generale piuttosto complesso in termini di presenza di pool genici di differente origine. In Italia l’unica testuggine autoctona è proprio la “hermanni” e per ciò va assolutamente tutelata e salvaguardata in qualunque modo soprattutto attraverso una costante azione di corretta informazione e prevenzione. La sottospecie “boettgeri” invece è presente su un vasto territorio che va dalla ex Jugoslavia alla Romania e non dovrebbe essere presente né mai rilasciata, anche in forma di ibridi, nelle nostre regioni. Purtroppo a causa del commercio illegale che per tanti anni ha riguardato tale sottospecie oggi è relativamente facile che in natura vi siano esemplari o loro ibridi che minacciamo la nostra specie endemica.
Il responsabile e coordinatore del Centro Recupero Matteo Visceglia dichiara:
“Considerato il fenomeno diffuso della detenzione in giardini, recinti e altre strutture private, riteniamo importante il ruolo dei centri recupero fauna che svolgono un costante lavoro di capillare informazione e sensibilizzazione per evitare il depauperamento delle popolazioni naturali, per prevenire l'inquinamento genetico di queste specie e per contribuire al mantenimento della biodiversità e alla tutela delle specie endemiche italiane ed europee nei rispettivi habitat. Invitiamo a non abbandonare esemplari di qualsiasi specie, e non solo rettili, e consigliamo di rivolgersi agli organi competenti per qualsiasi problema dovuto al possesso di tali esemplari. Ricordiamo infine che la detenzione illegale di testuggini di Hermann è severamente sanzionata dalle vigenti normative nazionali ed europee. Pertanto chiunque è a conoscenza di esemplari detenuti illegalmente o in condizioni o luoghi inadeguati può fare una segnalazione al Corpo Forestale dello Stato (numero verde 1515) o ad altri organi di controllo che provvederanno ad effettuare gli opportuni accertamenti sulla regolarità della loro acquisizione e detenzione. Coloro che sono in possesso di esemplari regolarmente detenuti e che non sono più in grado di gestirli è preferibile che non si facciamo prendere dalla tentazione di liberarli in natura e provvedano a contattare i centri di recupero di zona o le istituzioni preposte alla tutela della fauna selvatica”.
Questo episodio, che fa seguito ad altri simili, è l’ennesima testimonianza di come uno dei principali problemi delle specie di terra, sempre più rare in Italia, è il trafugamento dall’habitat naturale preferenziale, in particolare la macchia mediterranea, già sottoposta a continue forme di degrado come gli incendi, oltre alla trasformazione e alterazione degli equilibri ecologici operati dalla mano dell’Uomo.
Il problema della detenzione in cattività di tali rettili particolarmente protetti dalle normative europee ed internazionali è purtroppo molto diffuso e comporta particolari difficoltà, nei casi di ritrovamento o di consegna, nel cercare di stabilire la effettiva origine degli esemplari, necessaria per la valutazione tecnica, da parte delle autorità ministeriali deputate al controllo del commercio e detenzione della fauna selvatica (CITES), di una eventuale possibilità di reinserimento in natura. Non va trascurato il forte rischio che durante i frequenti scambi tra collezionisti/detentori e trasferimenti da un paese all’altro alcuni esemplari appartenenti a sottospecie diverse (ad esempio le nostre Testudo hermanni hermanni e le balcaniche Testudo hermanni boettgeri) possano ibridarsi tra loro compromettendo la purezza del patrimonio genetico e ogni possibilità di liberare i nuovi nati. In natura sono stati a volte rinvenuti esemplari appartenenti ad altre popolazioni o ad altre specie/sottospecie determinando un quadro generale piuttosto complesso in termini di presenza di pool genici di differente origine. In Italia l’unica testuggine autoctona è proprio la “hermanni” e per ciò va assolutamente tutelata e salvaguardata in qualunque modo soprattutto attraverso una costante azione di corretta informazione e prevenzione. La sottospecie “boettgeri” invece è presente su un vasto territorio che va dalla ex Jugoslavia alla Romania e non dovrebbe essere presente né mai rilasciata, anche in forma di ibridi, nelle nostre regioni. Purtroppo a causa del commercio illegale che per tanti anni ha riguardato tale sottospecie oggi è relativamente facile che in natura vi siano esemplari o loro ibridi che minacciamo la nostra specie endemica.
Il responsabile e coordinatore del Centro Recupero Matteo Visceglia dichiara:
“Considerato il fenomeno diffuso della detenzione in giardini, recinti e altre strutture private, riteniamo importante il ruolo dei centri recupero fauna che svolgono un costante lavoro di capillare informazione e sensibilizzazione per evitare il depauperamento delle popolazioni naturali, per prevenire l'inquinamento genetico di queste specie e per contribuire al mantenimento della biodiversità e alla tutela delle specie endemiche italiane ed europee nei rispettivi habitat. Invitiamo a non abbandonare esemplari di qualsiasi specie, e non solo rettili, e consigliamo di rivolgersi agli organi competenti per qualsiasi problema dovuto al possesso di tali esemplari. Ricordiamo infine che la detenzione illegale di testuggini di Hermann è severamente sanzionata dalle vigenti normative nazionali ed europee. Pertanto chiunque è a conoscenza di esemplari detenuti illegalmente o in condizioni o luoghi inadeguati può fare una segnalazione al Corpo Forestale dello Stato (numero verde 1515) o ad altri organi di controllo che provvederanno ad effettuare gli opportuni accertamenti sulla regolarità della loro acquisizione e detenzione. Coloro che sono in possesso di esemplari regolarmente detenuti e che non sono più in grado di gestirli è preferibile che non si facciamo prendere dalla tentazione di liberarli in natura e provvedano a contattare i centri di recupero di zona o le istituzioni preposte alla tutela della fauna selvatica”.
Ilor
![]() | ||||||
| A sinistra la tartaruga palustre, a destra le terrestri |
![]() | |||||||||||||
| Particolare delle zampe dove si nota l'usura delle unghie |
![]() |
| Traumi profondi agli arti anteriori |
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mercoledì 20 giugno 2012
Un falco tra i Sassi
Sull'ultimo numero della prestigiosa rivista di fotografia naturalistica "Asferico" (n. 39) è stato pubblicato un interessante articolo su Matera e il falco grillaio dal titolo "Un falco tra i Sassi". L'autore, Simone Bottini, ha realizzato un bel servizio fotografico che rende onore allo straordinario rapporto tra la città e il piccolo rapace.
lunedì 18 giugno 2012
Politica agricola europea: a rischio la biodiversità
Spesso si attribuisce agli agricoltori la funzione di difensori dell'ambiente!
Nel comunicato che segue emerge la volontà di tornare indietro verso una politica agricola poco rispettosa della biodiversità e tutta tesa al profitto degli imprenditori agricoli.
Nel comunicato che segue emerge la volontà di tornare indietro verso una politica agricola poco rispettosa della biodiversità e tutta tesa al profitto degli imprenditori agricoli.
LA TUTELA DELL’AMBIENTE RISCHIA DI ESSERE CANCELLATA
DALL’ AGRICOLTURA EUROPEA
Le Associazioni degli agricoltori biologici e biodinamici (UPBIO e Associazione per l’Agricoltura Biodinamica), le Associazioni ambientaliste (FAI, LIPU, WWF, Italia Nostra, Pro Natura) e la Società Italiana di Ecologia del Paesaggio
hanno inviato al Ministro dell’Agricoltura, Mario Catania,
all’Assessore della Regione Puglia, Dario Stefano, in qualità di
rappresentante della Conferenza delle Regioni sul tema agricoltura ed ai
parlamentari delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato e del
Parlamento Europeo una lettera aperta nella quale esprimono la loro preoccupazione per l’andamento del dibattito sulla riforma della PAC.
Mentre
a Rio de Janeiro si svolge il Summit mondiale dedicato alla green
economy la riforma della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo
2014 – 2020 rischia di consegnarci un’agricoltura europea poco sostenibile per il clima e l’ambiente.
Le indicazioni del Consiglio Europeo dell’Agricoltura del 15 maggio scorso prevedono infatti una drastica riduzione dell’applicazione del “greening”,
l’insieme delle pratiche agricole ritenute necessarie per assicurare la
conservazione della biodiversità, l’adattamento ai cambiamenti
climatici e la tutela della qualità dell’acqua. Pratiche volontarie per
le aziende agricole che, nella
proposta della Commissione Europea, darebbero diritto per gli
agricoltori virtuosi ad un premio economico supplementare del 30% del
pagamento base previsto dal primo pilastro della PAC.
“Con il “greening” – sottolineano le Associazioni - sarebbe
finalmente introdotto nella PAC un riconoscimento economico
direttamente connesso ai servizi ambientali che le aziende agricole
possono fornire per la conservazione della natura e del paesaggio
(premiando così, a differenza del passato, chi ha mantenuto siepi,
stagni e filari), per la riduzione dell’inquinamento da pesticidi e
nitrati, per aumentare la capacità di adattamento degli agroecosistemi
agli eventi estremi, siccità ed alluvioni, causati dal cambiamento
climatico in atto”
Le
Associazioni che hanno sottoscritto l’appello inviato al Governo, alle
Regioni ed ai parlamentari sottolineano che, se saranno approvate le
proposte del Consiglio Europeo sostenute anche dal Governo italiano su
pressione delle maggiori Organizzazioni Agricole, le aziende sotto i 10 ettari (in Italia il 25% della SAU, quasi 3 milioni di ettari, e l’81% delle aziende) non avranno da osservare alcun impegno per rispettare le regole del greening.
Se poi tutte le colture arboree saranno esentate (anche i meleti
intensivi del Trentino ed i frutteti della pianura padana) poco rimarrà
della componente ambientale più importante dell’attuale riforma della
PAC.
Se si dovesse decidere inoltre di esentare le aziende fino a 15 ettari dalle rotazioni delle colture,
la pratica agricola che prevede l’alternanza dei seminativi a cereali
con le leguminose al fine di favorire una concimazione naturale dei
suoli e ridurre l’utilizzo di concimi chimici, sarebbero escluse quasi il 90% delle aziende italiane da ogni obbligo ambientale.
Se sarà infine approvato il criterio della rotazione tra due sole
colture (pratica che sarebbe corretto chiamare avvicendamento piuttosto
che rotazione delle colture) per le aziende fino a 50 ettari
resterebbero solo il 3,5% delle aziende italiane a doversi impegnarsi
realmente in azioni concrete per ottenere il premio previsto per le pratiche benefiche per il clima e per l'ambiente.
A rischio anche l’obbligo di destinare il 7% della superficie delle aziende agricole alle aree d’interesse ecologico,
considerato un obiettivo troppo ambizioso. Tuttavia il parere delle
maggiori autorità scientifiche europee suggerisce che abbiamo bisogno di
dedicare un minimo del 10%
dei terreni agricoli alle esigenze ecologiche se si vuole assicurare una
adeguata connettività biologica e resilienza degli ecosistemi in grado
di assicurare nel medio e lungo termine la conservazione della
biodiversità. Prevedere meno del 7% sarebbe disastroso e garantirebbe il fallimento degli obiettivi 2020 definiti dalla nuova Strategia europea per la biodiversità approvata dallo stesso Parlamento Europeo. “Con queste prospettive – proseguono le associazioni - risulta
evidente il tentativo, in nome della sicurezza alimentare e della
semplificazione amministrativa e burocratica, di mantenere in realtà
sussidi perversi per pratiche agricole e zootecniche che continuano ad
inquinare l'ambiente, a consumare la sostanza organica del terreno, a
ridurre la biodiversità naturale”.
Le
Associazioni degli agricoltori biologici e biodinamici, le Associazioni
ambientaliste e la Società Italiana di Ecologia del Paesaggio chiedono
invece al Governo italiano, in particolare al Ministro delle Politiche
Agricole, Alimentari e Forestali, Mario Catania, ed ai parlamentari europei un impegno a sostenere con decisione e lungimiranza un “greening” autentico, che garantisca un premio economico adeguato alle sole
aziende che attuano realmente pratiche agricole sostenibili ed efficaci
per la conservazione della biodiversità, la mitigazione e l’adattamento
ai cambiamenti climatici, la gestione efficiente delle risorse idriche,
per un’agricoltura moderna in grado di essere con autorevolezza e
credibilità parte integrante della green economy europea.
lunedì 11 giugno 2012
Salviamo il Paesaggio
APPELLO
Costituiamo anche nella nostra realtà il Comitato:
“Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”
“Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”
L’Associazione Città Plurale è stata la prima associazione della Basilicata ad aderire alla campagna “Salviamo il Paesaggio”. In accordo con il Forum Nazionale è stata indicata quale referente provvisorio di zona per promuovere, anche nella nostra realtà, la costituzione di un Comitato per sostenere la campagna nazionale. L’appello, se condiviso, che Città Plurale rivolge a nome del Forum Nazionale, è quello di sollecitare le associazioni e i singoli cittadini ad aderire alla Campagna “Salviamo il Paesaggio.
È una battaglia importante per arrestare colate di cemento inutili e dannose.
La campagna “Salviamo il Paesaggio” è di fondamentale importanza per tutto il territorio nazionale e per il nostro territorio potrebbe aiutarci ad acquisire una valenza e una visibilità nazionale. Alla campagna hanno aderito personalità del calibro di Salvatore Settis, Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Vittorio Cogliati Dezza, Luca Mercalli, da anni impegnati in una battaglia contro la continua cementificazione del territorio nazionale con la conseguente distruzione del territori e del paesaggio.
martedì 5 giugno 2012
Falco grillaio
Sentieristica nel Parco della Murgia: avvio lavori
Hanno avuto inizio i lavori di riqualificazione di alcuni sentieri del Parco della Murgia Materana. L’opera, finanziata con 200 mila euro del Fers 2007-2013 della Regione Basilicata, fa parte di un programma più vasto che comprende il recupero e la valorizzazione del patrimonio naturalistico e delle Chiese Rupestri del Parco della Murgia Materana.
“Con i lavori di riqualificazione della sentieristica – spiega il presidente Pierfrancesco Pellecchia – il Parco intende perseguire importanti obiettivi strategici consistenti nella conservazione e la valorizzazione dell’habitat rupestre consentendo una corretta fruizione dell’area protetta mediante il ripristino di percorsi di percorrenza, lasciando inalterati i valori ambientali del paesaggio e gli ecosistemi naturali”.Il sentiero, facente parte degli itinerari ufficiali proposti dall’Ente Parco, ha inizio dal Rione Sassi in prossimità di Porta Pistola e, dividendosi in due, risale sull’altopiano murgico in località Murgecchia nei pressi della Madonna delle Vergini e in località Murgia Timone nei pressi del Belvedere. I lavori di riqualificazione consisteranno in rifacimento di muretti a secco, ripristino e messa in sicurezza della sentieristica esistente, apposizione di segnaletica e cartellonistica oltre alla realizzazione di due semplici attraversamenti in legno di minimo impatto dei Torrenti Gravina e Iesce.
“Con la realizzazione di questi lavori, l’altopiano murgico, facente parte del Patrimonio Unesco insieme ai Rioni Sassi – conginua Pellecchia - si collega sempre più saldamente alla città di Matera essendo più facilmente fruibile da tutti, residenti e visitatori”.
05/06/2012
domenica 3 giugno 2012
Le pale del Sindaco
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sabato 2 giugno 2012
Capovaccai al carnaio
Nel video qui sotto 2 capovaccai si nutrono presso un carnaio in Basilicata sostenuto grazie
all'associazione ALTURA (Associazione per la Tutela dei Rapaci e dei
loro Ambienti) e al CRAS provinciale di Matera. Le riprese sono state effettuate nella metà di aprile da
circa 1200 metri di distanza in digiscoping allo scopo di non arrecare alcun disturbo agli animali in un periodo particolarmente delicato come quello che precede la riproduzione.
Questi esemplari sono tra gli ultimi che sopravvivono anche grazie al supporto alimentare fornito. In Italia restano ormai non più di cinque o sei coppie nidificanti, tutte drammaticamente avviate verso l'estinzione. Ormai non c'è più tempo da perdere, occorre fare ogni sforzo per impedire che ciò avvenga.
Il CRAS provinciale di Matera non ha al momento alcun finanziamento destinato al capovaccaio e a tutte le proprie attività di salvaguardia e recupero di esemplari feriti o in difficoltà delle specie protette.
Questi esemplari sono tra gli ultimi che sopravvivono anche grazie al supporto alimentare fornito. In Italia restano ormai non più di cinque o sei coppie nidificanti, tutte drammaticamente avviate verso l'estinzione. Ormai non c'è più tempo da perdere, occorre fare ogni sforzo per impedire che ciò avvenga.
Il CRAS provinciale di Matera non ha al momento alcun finanziamento destinato al capovaccaio e a tutte le proprie attività di salvaguardia e recupero di esemplari feriti o in difficoltà delle specie protette.
martedì 29 maggio 2012
Borraccina bianca
Sedum album L. Borracina bianca
Famiglia: Crassulaceae
Parco Regionale di Gallipoli Cognato, 1000 m, maggio 2012
Su muschio avvolgente grandi massi.
sabato 26 maggio 2012
A proposito di tutela dei falchi grillai...
venerdì 25 maggio 2012
Nota di Città Plurale sulla questione energetica
Le copie riescono peggio dell’originale. È quanto è accaduto
con il novello assessore alle attività produttive: Marcello Pittella.
Già lo scorso anno vedeva come risolutivo dei problemi connessi al ciclo dei rifiuti l’incenerimento ed auspicava la messa in funzione del vecchio rottame di Pallareta oltre alla opportuna valorizzazione di Fenice, eppure su questo ultimo egli era già a conoscenza dell’indagine in corso e dell’inquinamento delle falde sotterranee prodotto.
Adesso nella sua campagna di ricognizione tra i consorzi industriali non ha mancato di dire la propria con molta approssimazione. Ha fatto riferimento al “Sole per le industrie”. Intende, cioè, riutilizzare i terreni industriali per impiantarvi campi di fotovoltaico; se quei terreni non servono più a scopi industriali e la cosa desta molte perplessità, ritornino all’agricoltura e, comunque, vanno bonificati.
L’Ufficio Energia è in capo al Dipartimento affidato alle cure dell’assessore Pittella. Alla fatidica data del 15 Gennaio 2011 ricevette vagonate di richieste per realizzare impianti utili alla produzione di energia da fonti rinnovabili-FER- e che superavano le già abbondanti previsioni contemplate nel Piear – Piano Energetico Regionale-.
ll Piear prevedeva 1700 MW di potenza per impianti da realizzare e di questi: 990 MW da eolico, 360 MW da fotovoltaico, 50 MW da biomasse, 50 MW da idroelettrico, 250 MW SEL e distretto energetico. Le domande presentate sommarono, invece, ad un totale di 6562 MW; la parte da leone la fece l’eolico per 5840 MW . Il fotovoltaico si fermò a 657 MW ma il recente decreto sulle liberalizzazioni ha eliminato gli incentivi per gli impianti realizzati a terra nei terreni agricoli è da ritenere, perciò, che la quota possa non essere raggiunta.Vi sono, poi 65 MW per le biomasse ma anche qui, per fortuna, nell’ambito del conto energia viene meglio circostanziato il tipo di contributo favorendo le biomasse di origine biologica ed equiparando il contributo a quello più basso se si fa ricorso anche ai rifiuti ed in più si esalta l’approvvigionamento di prossimità della materia prima con riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Resta da determinare la ricaduta del decreto cd. Burden sharing sulla Basilicata. Il predetto decreto assegna delle quote a ciascuna Regione da raggiungere entro il 2020 l’obbiettivo è quello di ottenere il 17% di energia dalle FER. Alla Basilicata è stato assegnato un obbiettivo che prevede un incremento del 33%, la valutazione non riguarda solo la produzione di energia elettrica ma anche l’energia utile alla mobilità e per la produzione di calore, complessivamente l’elettrico concorre solo per il 30% sul totale. Fatte queste doverose premesse come ci mettiamo con le domande di parchi eolici che nulla hanno che vedere con l’autoconsumo o con produzione di energia termica e che, sulla base delle domande,insistono sul territorio lucano per ben 2.290 torri,con altezza media di 150 Mt? E’ da dire che non abbiamo neppure il piano paesaggistico. Con questi presupposti significa che siamo pronti a devastare buona parte dei nostri crinali.la dorsale Est della Basilicata risulta essere quella più aggredita partendo da Melfi dove vi sono domande per ben 179 Torri, si va a Lavello con 126, Montemilone con 78,Palazzo S. Gervasio 93, Genzano 148, Irsina 81 fino ad arrivare a Matera con 45.Per brevità non elenchiamo tutti gli altri Comuni ma diciamo che nessuno è estraneo all’invasione delle torri eoliche, lo sono solo i comuni della fascia costiera del metapontino che potrebbero essere interessati da impianti off-shore ,in mare. Lo stesso paesaggio collinare che si osserva da Matera in direzione della Val Basento potrebbe vedere una ulteriore implementazione di torri che andrebbe oltre il raddoppio.Siamo i primi a reclamare lo sviluppo delle energie rinnovabili, il futuro è rinnovabile e non fossile. Ma non ci sta bene che in nome degli incentivi si vada a compromettere il territorio.La criticità dei “parchi eolici”è evidenziata anche dal fatto che per innalzare ciascuna pala, ad esempio, sarebbe necessaria una piazzola di cantiere di 1.800 metri quadri, con una base pari a due campi da calcetto. Sarebbe un macro insediamento industriale in aree idrogeologicamente problematiche, paesaggisticamente di pregio, naturalisticamente rilevanti e fortemente attrattive per il turismo. La Regione ed il Dipartimento diretto dall’Ass. Pittella devono fare chiarezza attraverso pubbliche conferenze andando oltre il singolo comune ed esponendo il quadro nella sua interezza.
Pio Abiusi – Città Plurale Matera
Già lo scorso anno vedeva come risolutivo dei problemi connessi al ciclo dei rifiuti l’incenerimento ed auspicava la messa in funzione del vecchio rottame di Pallareta oltre alla opportuna valorizzazione di Fenice, eppure su questo ultimo egli era già a conoscenza dell’indagine in corso e dell’inquinamento delle falde sotterranee prodotto.
Adesso nella sua campagna di ricognizione tra i consorzi industriali non ha mancato di dire la propria con molta approssimazione. Ha fatto riferimento al “Sole per le industrie”. Intende, cioè, riutilizzare i terreni industriali per impiantarvi campi di fotovoltaico; se quei terreni non servono più a scopi industriali e la cosa desta molte perplessità, ritornino all’agricoltura e, comunque, vanno bonificati.
L’Ufficio Energia è in capo al Dipartimento affidato alle cure dell’assessore Pittella. Alla fatidica data del 15 Gennaio 2011 ricevette vagonate di richieste per realizzare impianti utili alla produzione di energia da fonti rinnovabili-FER- e che superavano le già abbondanti previsioni contemplate nel Piear – Piano Energetico Regionale-.
ll Piear prevedeva 1700 MW di potenza per impianti da realizzare e di questi: 990 MW da eolico, 360 MW da fotovoltaico, 50 MW da biomasse, 50 MW da idroelettrico, 250 MW SEL e distretto energetico. Le domande presentate sommarono, invece, ad un totale di 6562 MW; la parte da leone la fece l’eolico per 5840 MW . Il fotovoltaico si fermò a 657 MW ma il recente decreto sulle liberalizzazioni ha eliminato gli incentivi per gli impianti realizzati a terra nei terreni agricoli è da ritenere, perciò, che la quota possa non essere raggiunta.Vi sono, poi 65 MW per le biomasse ma anche qui, per fortuna, nell’ambito del conto energia viene meglio circostanziato il tipo di contributo favorendo le biomasse di origine biologica ed equiparando il contributo a quello più basso se si fa ricorso anche ai rifiuti ed in più si esalta l’approvvigionamento di prossimità della materia prima con riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Resta da determinare la ricaduta del decreto cd. Burden sharing sulla Basilicata. Il predetto decreto assegna delle quote a ciascuna Regione da raggiungere entro il 2020 l’obbiettivo è quello di ottenere il 17% di energia dalle FER. Alla Basilicata è stato assegnato un obbiettivo che prevede un incremento del 33%, la valutazione non riguarda solo la produzione di energia elettrica ma anche l’energia utile alla mobilità e per la produzione di calore, complessivamente l’elettrico concorre solo per il 30% sul totale. Fatte queste doverose premesse come ci mettiamo con le domande di parchi eolici che nulla hanno che vedere con l’autoconsumo o con produzione di energia termica e che, sulla base delle domande,insistono sul territorio lucano per ben 2.290 torri,con altezza media di 150 Mt? E’ da dire che non abbiamo neppure il piano paesaggistico. Con questi presupposti significa che siamo pronti a devastare buona parte dei nostri crinali.la dorsale Est della Basilicata risulta essere quella più aggredita partendo da Melfi dove vi sono domande per ben 179 Torri, si va a Lavello con 126, Montemilone con 78,Palazzo S. Gervasio 93, Genzano 148, Irsina 81 fino ad arrivare a Matera con 45.Per brevità non elenchiamo tutti gli altri Comuni ma diciamo che nessuno è estraneo all’invasione delle torri eoliche, lo sono solo i comuni della fascia costiera del metapontino che potrebbero essere interessati da impianti off-shore ,in mare. Lo stesso paesaggio collinare che si osserva da Matera in direzione della Val Basento potrebbe vedere una ulteriore implementazione di torri che andrebbe oltre il raddoppio.Siamo i primi a reclamare lo sviluppo delle energie rinnovabili, il futuro è rinnovabile e non fossile. Ma non ci sta bene che in nome degli incentivi si vada a compromettere il territorio.La criticità dei “parchi eolici”è evidenziata anche dal fatto che per innalzare ciascuna pala, ad esempio, sarebbe necessaria una piazzola di cantiere di 1.800 metri quadri, con una base pari a due campi da calcetto. Sarebbe un macro insediamento industriale in aree idrogeologicamente problematiche, paesaggisticamente di pregio, naturalisticamente rilevanti e fortemente attrattive per il turismo. La Regione ed il Dipartimento diretto dall’Ass. Pittella devono fare chiarezza attraverso pubbliche conferenze andando oltre il singolo comune ed esponendo il quadro nella sua interezza.
Pio Abiusi – Città Plurale Matera
giovedì 24 maggio 2012
mercoledì 23 maggio 2012
Rassegna stampa 21 e 22 maggio 2012
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domenica 20 maggio 2012
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giovedì 17 maggio 2012
Falchi grillai al dormitorio: censimento 2012
MONITORAGGI
FAUNISTICI: MATERA SI CONFERMA ANCHE NEL 2012 LA CITTA’ CHE OSPITA LA
COLONIA DI FALCHI GRILLAI PIU’ GRANDE ED IMPORTANTE A LIVELLO MONDIALE. UN MOTIVO IN PIU’ PER ASSICURARE TUTELA E PROTEZIONE AD UNO
DEI RAPACI PIU’ STRAORDINARI E CARATTERISTICI DELLA FAUNA LUCANA
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| Alcuni grillai in arrivo al dormitorio |
Nei giorni 28 e
29 aprile in vari comuni di Puglia e Basilicata sì è svolto l'annuale
censimento dei falchi grillai al dormitorio serale con la partecipazione di
oltre 60 volontari in rappresentanza di 20 organismi.
L'importanza di
questa iniziativa, organizzata dalla LIPU di Gravina con il sostegno del Parco
Nazionale dell'Alta Murgia è legata alla possibilità di stimare il numero dei
grillai in periodo preriproduttivo e calcolare indirettamente il numero delle
coppie presenti nel maggiore areale italiano.
I risultati
ottenuti sono molto interessanti e confermano una situazione piuttosto stabile
della popolazione appulo-lucana con tendenza all'aumento in alcuni casi.
Il conteggio ha
infatti permesso di censire circa 12 mila esemplari distribuiti su 15 colonie
urbane. Alcune colonie sono risultate composte da pochi individui mentre altre,
superiori alle mille unità, rappresentano una vera e propria roccaforte della specie come Matera, Altamura,
Minervino, Santeramo e Gravina. Queste cinque colonie concentrano dunque oltre
l'80% della popolazione dell'Italia peninsulare. Tra queste Matera si conferma
quella più grande in assoluto con 3200-3300 esemplari divisi su due dormitori
urbani.
A livello
generale si nota dunque un sensibile incremento della popolazione delle due
regioni, che passa complessivamente dai 10 mila esemplari del 2003 ai 12 mila
di quest'anno.
Anche nel 2010 e
2011, anno in cui si è svolto un analogo censimento con stessa copertura di
volontari e organizzazione, le stime erano rispettivamente di circa
10.000-11.000 grillai.
Il Responsabile
del Centro Provinciale Recupero Rapaci Matteo Visceglia, che da alcuni anni
partecipa ai monitoraggi dei grillai lucani, dichiara:
"In
Basilicata è stato possibile censire i dormitori di Matera, Montescaglioso e
Pisticci rilevando un numero complessivo di circa 3700 esemplari. Alcune altre
colonie della provincia si spera possano essere monitorate nei prossimi anni,
con una più capillare rete di collaboratori. Complessivamente la situazione è risultata comunque positiva
ed in incremento. La motivazione di ciò è dovuta a più fattori, primo fra tutti
la buona condizione del territorio in cui vivono i grillai e delle aree
trofiche ma anche il fatto che nei siti urbani di nidificazione si stanno
gradualmente migliorando le condizioni di ospitalità e di reperimento delle
cavità adatte, sta crescendo la sensibilità dei cittadini che determina un
maggior rispetto della specie associato al salvataggio di centinaia di esemplari
in difficoltà che il nostro Centro Recupero provvede a curare e rimettere in
libertà. Non secondario è stato il ruolo dei progetti dedicati alla
salvaguardia del Grillaio tra cui il Progetto Europeo LIFE Natura “Rapaci
Lucani” che ha rappresentato una svolta positiva in Basilicata per la tutela
della specie sia per le numerose azioni di divulgazione e sensibilizzazione sia
anche attraverso la collocazione di oltre 600 nidi artificiali, nei soli centri
di Matera e Montescaglioso, adatti
per favorire una nidificazione meno esposta a rischi".
Il Coordinatore del censimento Pino Giglio della LIPU BirdLife afferma:
"Anche
quest'anno siamo riusciti ad organizzare un importante evento dalla
connotazione non solo scientifica ma anche divulgativa e con ampia
partecipazione di volontari che non ha eguali in Italia. I risultati confermano
come negli anni scorsi sia stato fatto un buon lavoro dalla LIPU, dagli enti
locali, dal Parco Nazionale dell'Alta Murgia, dall'Osservatorio Faunistico
Regionale della Regione Puglia e dal Centro Recupero Rapaci della Provincia di
Matera. La popolazione più grande d’Italia si trova a cavallo tra Basilicata e Puglia perciò siamo convinti che si
debba sempre garantire ogni tipo tutela per questa specie di importanza
internazionale e chiediamo che i vari enti interessati, al di là dei limiti
geografici ed amministrativi, come
gli enti parco, i comuni e le province direttamente interessati si impegnino
con più costanza e regolarità per far sì che il falco grillaio sia uno dei simboli della natura lucana e pugliese capace non solo di
rappresentare l'elevata biodiversità dei luoghi ma anche di rafforzare e
stimolare il turismo naturalistico nelle nostre regioni".
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