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giovedì 31 gennaio 2013
Rosso di sera sul Pollino
Uno sguardo dalla mia finestra: ore 17,35 del 31 gennaio 2013... Siamo a 82 km a linea d'aria dal Massiccio del dio Apollo...
lunedì 19 novembre 2012
mercoledì 14 settembre 2011
La Basilicata dei boschi, tra interessi e tagli
di Enzo Palazzo
È un naturalista storico, giornalista, autore di 20 libri e 200 pubblicazioni scientifiche. Nel 1971 lanciò il “Progetto Pollino” nell’ambito della prima proposta organica del futuro parco nazionale calabro lucano. A Franco Tassi, che ha diretto per molti anni il Parco Nazionale d’Abruzzo, trasformandolo in un modello d’avanguardia a livello europeo, in un momento in cui lo sfruttamento dei boschi in Basilicata è tornato ad essere una minaccia, la Gazzetta ha chiesto se si può ammettere un ragionevole sfruttamento boschivo anche in un grande Parco nazionale?
«Per armonizzare i molti interessi in gioco, la strada maestra è quella della “zonazione”: nei boschi più vicini si possono consentire ragionevoli prelievi controllati, anche perchè esistono diritti e tradizioni importanti, come l’uso civico di legnatico e fungatico e le feste dell’albero, da interpretare, però, in un modo più attento e compatibile con la tutela ecologica. Ma nelle foreste più lontane, a quote elevate, sulle creste, nelle vallecole e nelle cosiddette “fasce di protezione” non va toccato nulla: qui vige il principio della riserva integrale e deve comandare la natura. Ricordiamo che, come nel Parco d’Abruzzo, anche in quello del Pollino (soprattutto nella parte della Catena Costiera) esistono ancora lembi sparsi e limitati, ma straordinariamente interessanti, di “selva vergine” o semi-naturale. Intervenirvi con piste, ruspe e tagli sarebbe sacrilego».
Come si preservano i boschi naturali e semi-naturali?
«Lasciando che un albero caduto e marcescente si decomponga e di lì rinasca la vita. Salvare le ultime foreste italiane costituisce una priorità assoluta per conservare il clima e le stagioni, difendere il suolo da frane e alluvioni, garantire la produzione di acque eccellenti e cristalline, offrire rifugio alla fauna selvatica. Mezzo secolo fa l’obiettivo dichiarato era il massimo sfruttamento dei boschi, misurato in metri cubi di legname tagliato. L’importanza di preservare anche il legno morto e in disfacimento – la “necromassa” –, dal quale risorge la vita e si sprigionano mille processi di rigenerazione naturale, oggi viene riconosciuta anche a livello internazionale».
Visti i conti sempre più in rosso dei Comuni, non c’è da aspettarsi la spinta allo scempio?
«Un moderato sfruttamento a beneficio di usi e tradizioni locali strettamente vigilati dalle comunità, è senz’altro accettabile. Ma ciò non significa affatto autorizzare grossi tagli industriali, magari per alimentare disastrose centrali a biomasse, come purtroppo si vorrebbe sulla Sila e sul Pollino. Questo significherebbe tornare indietro di mezzo secolo, quando querce e faggi plurisecolari venivano ceduti a due soldi per farne legna da ardere e traversine da ferrovia. A nessun sindaco, in buona o cattiva fede, dovranno essere consentiti errori tanto devastanti, perché non ha senso replicare nel parco i peggiori sistemi praticati fuori dall’area protetta. E’ proprio qui che il parco, usufruendo di tutta l’autorità di cui dispone, deve esercitare il suo controllo, chiamando in causa anche i valori paesaggistici e le tutele internazionali».
Il Parco nazionale della Val d’Agri e del Lagonegrese protegge il territorio a macchia di leopardo. Ha un senso?
«Una struttura articolata in zone è utile, ma solo se i vari usi del suolo, pur differenti tra loro, sono compatibili e armonizzati dal Parco. Debbono in sostanza tendere al fine comune, che è quello di un’area protetta, con tutti i benefici che ne derivano. Se invece sono divergenti, o addirittura opposti, il conflitto prima o poi è inevitabile. Significa prendere in giro la collettività, promettendo la difesa del territorio e della natura, ma perseguendo invece altri scopi meno chiari, magari per interessi inconfessabili».
Ma si possono gestire i parchi commissariandoli, come avviene nella Val d’Agri?
«Dovrebbe avere carattere eccezionale, invece è una comoda pratica sempre più diffusa, che mira a consolidare certi poteri e a renderli indiscussi. Impedire abusi del genere dipende, anche e soprattutto, dalla nostra capacità di vigilanza, intervento e mobilitazione civile».
Enzo Palazzo
L’esempio del Costa Rica con il “restauro ambientale”
«In Costa Rica, uno Stato che punta al benessere e all’equilibrio tra uomo e ambiente, nella Cuenca del Rio La Balsa, al nord del Paese, la gente si è accorta che coltivando e sfruttando troppo la parte alta delle montagne, non aveva più acqua sana e pulita, e la fauna stava scomparendo. L’intera comunità si è allora mobilitata in un grande progetto di restauro ambientale, acquistando piccoli lembi di terra, ricostruendo micro-bacini idrici e piantando alberi. Ad aiutarla, sono intervenute organizzazioni come l’Istituto Nectandra e un sistema di prestiti senza interessi, con lo scopo di ricreare l’ambiente, far crescere la cultura dell’acqua e della foresta, e sviluppare un nuovo tipo di ecoturismo. Ora gli stranieri accorrono qui a scoprire non solo come tutta la comunità partecipi con entusiasmo all’operazione, ma anche come la natura stia rapidamente recuperando i propri spazi. Nel giro di pochi anni, la foresta si è riformata, la biodiversità sta riprendendo il sopravvento e le acque pulite abbondano, a beneficio di tutti. Oggi, attraverso internet, chiunque può vedere cosa stia accadendo dall’altra parte dell’Oceano. Un progetto a medio e lungo termine, un investimento nel futuro, ma anche un impegno nuovo in cui tutti si sentono protagonisti e partecipi.
“Comprare la terra dove nasce l’acqua, piantare alberi e far pace con la natura vuol dire assicurare un futuro anche ai figli dei nostri figli”, è il pensiero che pervade questa nuova cultura del cambiamento, nell’interesse di tutti. Quando anche in Italia, e in Basilicata, riscopriremo che il futuro sta non nel consumare e distruggere, ma nel conservare e ricreare l’armonia e le risorse della natura, allora la scelta tra un vero Parco del futuro e le rapaci aggressioni al territorio attuali sarà semplice, sicura e condivisa».
e.p.
Se il parco diventa un luna park
La sovranità del Parco della Val d’Agri e in generale delle aree protette della Basilicata, secondo gli ambientalisti, è minacciata dalla pressione dei petrolieri. Franco Tassi, tra l’ineluttabilità del conflitto e le strategie tattiche della politica, si dice convinto che «però, quando la gente approfondisce e si muove, le cose vanno ben diversamente, come accadde col movimento popolare contro le scorie nucleari che, nel 2003, bloccò sul nascere una delle più vergognose operazioni ai danni del Mezzogiorno d’Italia: quella che voleva ridurre l’Arco Jonico a pattumiera delle zone ricche».
Ma attualmente l’impressione è che si riscontrino maggiore arroganza delle multinazionali, più leggi inapplicate e più sudditanza della politica rispetto al 2003.
«L’arroganza di tutti i poteri incontrastati si limitano sempre se la gente è unita e decisa. Talvolta il potere tenta di circuire, blandendo le autorità con promesse, collaborazioni e sponsorizzazioni. Iniziative su cui si può anche discutere, ma solo se i vincoli del Parco vengano pienamente rispettati. Altrimenti, il rischio è trasformare i parchi in una specie di luna park, come stava accadendo in America, con la Grand Canyon Company, la società concessionaria dei servizi che stava diventando più potente e politicamente influente del parco stesso». e.p.
La scheda
Le aree protette in Italia sono circa un decimo del territorio di cui neppure un quarto riguarda foreste a vocazione naturale. In Basilicata siamo al 30 per cento del territorio protetto. Ancora un secolo fa Norman Douglas poteva scrivere: “Il bosco di Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una giungla tropicale”.
Secondo Tassi, «nessun luogo ha il fascino e la ricchezza culturale, la storia e l’arte, il folclore, il paesaggio, la biodiversità e la capacità di accoglienza dell’Italia e del Mezzogiorno. Ricordo che una sera un turista tedesco, di ritorno al litorale Jonico, dopo una lunga traversata del Pollino e una giornata trascorsa tra la terra e il cielo, esclamò: “Io non so davvero cosa ho fatto di buono nella vita, per meritare di godere meraviglie come queste!”. Ecco qual è la nostra vera ricchezza che non va contaminata, ma custodita con cura e rispetto, così come ci è stata tramandata».
[* Enzo Palazzo - La Gazzetta del Mezzogiorno del 3/9/2011]
È un naturalista storico, giornalista, autore di 20 libri e 200 pubblicazioni scientifiche. Nel 1971 lanciò il “Progetto Pollino” nell’ambito della prima proposta organica del futuro parco nazionale calabro lucano. A Franco Tassi, che ha diretto per molti anni il Parco Nazionale d’Abruzzo, trasformandolo in un modello d’avanguardia a livello europeo, in un momento in cui lo sfruttamento dei boschi in Basilicata è tornato ad essere una minaccia, la Gazzetta ha chiesto se si può ammettere un ragionevole sfruttamento boschivo anche in un grande Parco nazionale?
«Per armonizzare i molti interessi in gioco, la strada maestra è quella della “zonazione”: nei boschi più vicini si possono consentire ragionevoli prelievi controllati, anche perchè esistono diritti e tradizioni importanti, come l’uso civico di legnatico e fungatico e le feste dell’albero, da interpretare, però, in un modo più attento e compatibile con la tutela ecologica. Ma nelle foreste più lontane, a quote elevate, sulle creste, nelle vallecole e nelle cosiddette “fasce di protezione” non va toccato nulla: qui vige il principio della riserva integrale e deve comandare la natura. Ricordiamo che, come nel Parco d’Abruzzo, anche in quello del Pollino (soprattutto nella parte della Catena Costiera) esistono ancora lembi sparsi e limitati, ma straordinariamente interessanti, di “selva vergine” o semi-naturale. Intervenirvi con piste, ruspe e tagli sarebbe sacrilego».
Come si preservano i boschi naturali e semi-naturali?
«Lasciando che un albero caduto e marcescente si decomponga e di lì rinasca la vita. Salvare le ultime foreste italiane costituisce una priorità assoluta per conservare il clima e le stagioni, difendere il suolo da frane e alluvioni, garantire la produzione di acque eccellenti e cristalline, offrire rifugio alla fauna selvatica. Mezzo secolo fa l’obiettivo dichiarato era il massimo sfruttamento dei boschi, misurato in metri cubi di legname tagliato. L’importanza di preservare anche il legno morto e in disfacimento – la “necromassa” –, dal quale risorge la vita e si sprigionano mille processi di rigenerazione naturale, oggi viene riconosciuta anche a livello internazionale».
Visti i conti sempre più in rosso dei Comuni, non c’è da aspettarsi la spinta allo scempio?
«Un moderato sfruttamento a beneficio di usi e tradizioni locali strettamente vigilati dalle comunità, è senz’altro accettabile. Ma ciò non significa affatto autorizzare grossi tagli industriali, magari per alimentare disastrose centrali a biomasse, come purtroppo si vorrebbe sulla Sila e sul Pollino. Questo significherebbe tornare indietro di mezzo secolo, quando querce e faggi plurisecolari venivano ceduti a due soldi per farne legna da ardere e traversine da ferrovia. A nessun sindaco, in buona o cattiva fede, dovranno essere consentiti errori tanto devastanti, perché non ha senso replicare nel parco i peggiori sistemi praticati fuori dall’area protetta. E’ proprio qui che il parco, usufruendo di tutta l’autorità di cui dispone, deve esercitare il suo controllo, chiamando in causa anche i valori paesaggistici e le tutele internazionali».
Il Parco nazionale della Val d’Agri e del Lagonegrese protegge il territorio a macchia di leopardo. Ha un senso?
«Una struttura articolata in zone è utile, ma solo se i vari usi del suolo, pur differenti tra loro, sono compatibili e armonizzati dal Parco. Debbono in sostanza tendere al fine comune, che è quello di un’area protetta, con tutti i benefici che ne derivano. Se invece sono divergenti, o addirittura opposti, il conflitto prima o poi è inevitabile. Significa prendere in giro la collettività, promettendo la difesa del territorio e della natura, ma perseguendo invece altri scopi meno chiari, magari per interessi inconfessabili».
Ma si possono gestire i parchi commissariandoli, come avviene nella Val d’Agri?
«Dovrebbe avere carattere eccezionale, invece è una comoda pratica sempre più diffusa, che mira a consolidare certi poteri e a renderli indiscussi. Impedire abusi del genere dipende, anche e soprattutto, dalla nostra capacità di vigilanza, intervento e mobilitazione civile».
Enzo Palazzo
L’esempio del Costa Rica con il “restauro ambientale”
«In Costa Rica, uno Stato che punta al benessere e all’equilibrio tra uomo e ambiente, nella Cuenca del Rio La Balsa, al nord del Paese, la gente si è accorta che coltivando e sfruttando troppo la parte alta delle montagne, non aveva più acqua sana e pulita, e la fauna stava scomparendo. L’intera comunità si è allora mobilitata in un grande progetto di restauro ambientale, acquistando piccoli lembi di terra, ricostruendo micro-bacini idrici e piantando alberi. Ad aiutarla, sono intervenute organizzazioni come l’Istituto Nectandra e un sistema di prestiti senza interessi, con lo scopo di ricreare l’ambiente, far crescere la cultura dell’acqua e della foresta, e sviluppare un nuovo tipo di ecoturismo. Ora gli stranieri accorrono qui a scoprire non solo come tutta la comunità partecipi con entusiasmo all’operazione, ma anche come la natura stia rapidamente recuperando i propri spazi. Nel giro di pochi anni, la foresta si è riformata, la biodiversità sta riprendendo il sopravvento e le acque pulite abbondano, a beneficio di tutti. Oggi, attraverso internet, chiunque può vedere cosa stia accadendo dall’altra parte dell’Oceano. Un progetto a medio e lungo termine, un investimento nel futuro, ma anche un impegno nuovo in cui tutti si sentono protagonisti e partecipi.
“Comprare la terra dove nasce l’acqua, piantare alberi e far pace con la natura vuol dire assicurare un futuro anche ai figli dei nostri figli”, è il pensiero che pervade questa nuova cultura del cambiamento, nell’interesse di tutti. Quando anche in Italia, e in Basilicata, riscopriremo che il futuro sta non nel consumare e distruggere, ma nel conservare e ricreare l’armonia e le risorse della natura, allora la scelta tra un vero Parco del futuro e le rapaci aggressioni al territorio attuali sarà semplice, sicura e condivisa».
e.p.
Se il parco diventa un luna park
La sovranità del Parco della Val d’Agri e in generale delle aree protette della Basilicata, secondo gli ambientalisti, è minacciata dalla pressione dei petrolieri. Franco Tassi, tra l’ineluttabilità del conflitto e le strategie tattiche della politica, si dice convinto che «però, quando la gente approfondisce e si muove, le cose vanno ben diversamente, come accadde col movimento popolare contro le scorie nucleari che, nel 2003, bloccò sul nascere una delle più vergognose operazioni ai danni del Mezzogiorno d’Italia: quella che voleva ridurre l’Arco Jonico a pattumiera delle zone ricche».
Ma attualmente l’impressione è che si riscontrino maggiore arroganza delle multinazionali, più leggi inapplicate e più sudditanza della politica rispetto al 2003.
«L’arroganza di tutti i poteri incontrastati si limitano sempre se la gente è unita e decisa. Talvolta il potere tenta di circuire, blandendo le autorità con promesse, collaborazioni e sponsorizzazioni. Iniziative su cui si può anche discutere, ma solo se i vincoli del Parco vengano pienamente rispettati. Altrimenti, il rischio è trasformare i parchi in una specie di luna park, come stava accadendo in America, con la Grand Canyon Company, la società concessionaria dei servizi che stava diventando più potente e politicamente influente del parco stesso». e.p.
La scheda
Le aree protette in Italia sono circa un decimo del territorio di cui neppure un quarto riguarda foreste a vocazione naturale. In Basilicata siamo al 30 per cento del territorio protetto. Ancora un secolo fa Norman Douglas poteva scrivere: “Il bosco di Policoro ha la bellezza aggrovigliata di una giungla tropicale”.
Secondo Tassi, «nessun luogo ha il fascino e la ricchezza culturale, la storia e l’arte, il folclore, il paesaggio, la biodiversità e la capacità di accoglienza dell’Italia e del Mezzogiorno. Ricordo che una sera un turista tedesco, di ritorno al litorale Jonico, dopo una lunga traversata del Pollino e una giornata trascorsa tra la terra e il cielo, esclamò: “Io non so davvero cosa ho fatto di buono nella vita, per meritare di godere meraviglie come queste!”. Ecco qual è la nostra vera ricchezza che non va contaminata, ma custodita con cura e rispetto, così come ci è stata tramandata».
[* Enzo Palazzo - La Gazzetta del Mezzogiorno del 3/9/2011]
venerdì 8 gennaio 2010
Aquila reale a Terranova del Pollino!

Lunedì 4 gennaio in territorio di Terranova di Pollino, vicino la frazione di Casa del Conte nei pressi di Timpa delle Murge, alcuni amici escursionisti tra cui Alfredo Vilmer Sabino e Mirella Campochiaro stavano percorrendo un sentiero nella neve quando all'improvviso è apparsa una magnifica Aquila reale! Lo stupore per questo inaspettato avvistamento è stato grande anche in virtù del fatto che osservazioni di Aquile reali sul versante lucano del Massicio del Pollino non sono frequenti. L'esemplare è stato purtroppo fotografato da molto lontano e con attrezzatura inadatta a metterne in risalto la bellezza. Ma la foto comunque è stata sufficiente a determinare l'età dell'aquila. Si tratta infatti di un giovane, probabilmente nato lo scorso anno. Una bella esperienza e un ottimo inizio 2010 per i nostri amici escursionisti ed appassionati di birdwatching.
Alfredo mi scrive che "l'unico rammarico è stato non aver portato con me l'obiettivo 70-300, se lo avessi avuto già montato sulla fotocamera sarebbero venute foto molto più ravvicinate e spettacolari... pazienza sarà per un'altra volta!"
giovedì 28 maggio 2009
Grifoni in volo sul Pollino


Nell’ambito di un progetto di reintroduzione il 1 Marzo 2009 sono stati rilasciati 16 esemplari di Grifone, inanellati e muniti di radio, nella Gola del Raganello (Civita).
Gli avvoltoio sembra che si stiano muovendo all’interno del Parco del Pollino contribuendo alla formazione di una prima colonia stabile così come auspicato dal Gruppo di Lavoro coordinato dall'Università di Urbino che segue il progetto e dall'Ente Parco.
Speriamo che si possa costituire, dopo un iniziale insuccesso, una piccola popolazione locale di Grifone in grado di riprodursi e di richiamare anche individui provenienti da altre parti d'Italia e da altri paesi.
A confermare la presenza di questi rapaci sono alcune foto che l'amico e fotografo Franco Oliva ha scattato il giorno 24 maggio nella zona di Colle Marcione.
venerdì 20 febbraio 2009
Il Grifone tornerà a volare sul Pollino
Speriamo che sia la volta e buona e che non facciano una brutta fine!

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